lunedì, febbraio 28, 2011

Invettiva

Non so dove altro scriverlo per cui sarà qui.
Di colleghi scortesi e in burn-out non ne posso più.
Di pazienti invadenti non parliamo, ma quelli almeno sarebbero pazienti (in teoria soltanto).
Insomma la nostra vita é invasa nel privato non dalle intercettazioni ma dal malessere degli altri.
E' palpabile a tutti i livelli. Ma quello che non sopporto é quando viene meno il tentativo di mantenere un contegno. Sei un collega, diamoci pure del Tu, ma rispettiamoci.
Sei un paziente, diamoci RECIPROCAMENTE del Lei e facciamo lo sforzo di stare ognuno al suo posto.
I ruoli contano e vanno difesi. Non é che perché chi dovrebbe governare va regolarmente a troie che automaticamente tutto il mondo possa scendere al livello di rapporti che si mantiene con il proprio pusher.
Le parole sono importanti, si diceva.
Ma anche una stretta di mano, il bussare prima di spalancare la porta, il mantenere un tono non scorbutico. E se ad esempio uno Ti fa la cortesia di telefonarTi, cara collega, per aggiornarti sulle condizioni del TUO paziente, non mi risponderai: "E perché non te lo tieni tu?".
Insomma lavorare stanca. Tutti però.
E se la sera ho comunque cinque secondi regolari di angoscia sul divano, in cui temo di poter morire un giorno, d'ora in avanti penserò così.
Posso decidere solo una cosa: ed è come vivere. [Come morire, checché se ne dica é un falso].
E io voglio vivere nel rispetto.
Mio e degli altri.
Cari i miei pezzi di merda!

giovedì, dicembre 30, 2010

Bilanci

Tempo di fine, tempo di bilanci.
Una cosa che già nel nome evoca equilibrio. Direi che appunto é quello che mi manca. Sì, non é che sia fuori [peraltro ho sempre detestato la figura dello psichiatra che gioca a fare o é un paziente], però ci sono momenti come questo in cui davvero si ha l'impressione che "l'impresa eccezionale é essere normale".
Una cosa sola é in me costante: l'inquietudine.
Che non é la curiosità, moto positivo e progressista. Non é irrequietezza, moto afinalistico e patologico. Non é tedio, non moto funereo.
E' qualcosa di diverso e purtroppo dilaniante che cova sotto la superficie. Che tieni schiacciato, che pensi sia ansia anche quando ti pare di non avere paure particolari. Invece é il tuo peccato originale, il tuo difetto di fabbrica. Che cerchi di presentarti come un pregio, come i nei di bellezza, come il dettaglio perturbante in opera d'arte gotica. E che sai che tanto non avrà pace. Perché ti tiene vivo.
Pertanto il bilancio non mi importa che sia positivo [e sicuramente lo é], ma ciò che conta é che non si possa chiudere.
Auguri a tutti là fuori nel mondo reale.
E siccome a Capodanno si sente sempre Lucio Dalla io vi metto quello che le radio non vi fanno ascoltare

sabato, dicembre 25, 2010

Un anno scivolato via

Questo per dirvi che questo blog non ha mai chiuso, diciamo che si é distratto un po'.
Si é preso una pausa per scivolare via senza andarsene, per citare impropriamente il caro Vinicio.
Se volete davvero sapere in quale bar mi potete trovare ultimamente vi conviene cercarmi qui.

lunedì, luglio 26, 2010

La morra del blogger zen

I fatti sono pietra, i vissuti forbice e il blog carta.

martedì, giugno 08, 2010

Outing

“Noi non possiamo essere onesti senza riconoscere che ci occorre vivere nel mondo etsi Deus non daretur... Davanti a Dio e con Dio noi viviamo senza l'ipotesi di Dio... Si tratta cioè di vivere davanti a Dio l'assenza di Dio.”
Enzo Bianchi che cita Bonhoeffer. Ovvero gente di un livello spirituale che per me è inimmaginabile, ma che ha toccato le mie corde parlando di Dio come bellezza, come dato universale a cui tendere per moto spontaneo come fossimo piante verso la luce. E uomini verso la bellezza.
E quindi la sfida sta qui. Nel vivere senza far a meno di ricercare la bellezza, ma partendo dall’ipotesi altrettanto valida che più che non esistere, non sia raggiungibile. O, per lo meno, comprensibile da essere umano.
Sarà per questo che adoro le donne, mi affascinano profondamente.
Ma non posso fare a meno di guardar loro le tette.


sabato, maggio 15, 2010

Progettare la disfatta

Non so se si è capito, ma non ho nulla da dire.
E quel poco che mi viene è su stimolo altrui.
In genere non supera la riga.
D'altronde una biografia deve pur avere pagine bianche, no?

mercoledì, marzo 17, 2010

Leap of faith

Dice che la democrazia è in pericolo.
Violentata, minacciata, assente.
Sarà.
Io penso, per quello che importa, che non ci sia mai stata.
“È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto.” (Walt Whitman)
Insomma sappiamo cosa dovrebbe essere ma non l’abbiamo mai messa in atto.
Perché quando ci pensiamo ci viene in mente l’antica Grecia.
Lì sì che c’era. Ma è ovvio. Nell’agorà ci scendeva il singolo cittadino (vabbé non c’erano le donne e gli schiavi, non stiamo a tagliare il capello in due…). Ognuno giocava in prima persona. Molte delle elezioni che si svolgevano erano delle estrazioni a sorte.
Capite la differenza?
A noi è il meccanismo rappresentativo che ci frega. Perché non siamo “tutti uguali”.
Non tocca a tutti fare politica.
Noi scegliamo chi ci rappresenta.
Potremmo scegliere semplicemente chi ci conviene. Sarebbe più onesto.
Ma nei secoli non è bastato.
Noi si deve scegliere chi è migliore di noi.
Vi rendete conto dell’idiozia? Quanti là fuori pensano che esista uno migliore di sé? In ambito politico almeno.
Allora vai con l’ideologia: scelgo uno non necessariamente migliore di me, ma che al mio posto porta avanti un ideale condiviso che ci renda migliori tutti.
Questo accettabile compromesso ha salvato il giochino democratico-cristiano per quasi cinquanta anni.
Oggi ce lo siamo dimenticato. Anzi, c’è chi pensa sia fumo negli occhi ed inutile complicazione.
Oggi, nuovamente, come l’altroieri e un po’ sempre, si torna ad accettare, obtorto collo, che il migliore sia il più forte. O il più ricco, o il più mafioso, o quello sessualmente più vincente, o tutto insieme.
Solo che questo già non è più il giochino della democrazia e chi si lamenta di non averlo più è proprio colui che già lo ha rotto da tempo.
L’altra cosa che mi turba è che avrei dovuto capirlo da tempo.
E’ logico che se devi mettere una “croce” su un simbolo quello che stai facendo è un “atto di fede”.
E’ talmente evidente che si dimentica. Ma è così.
A questo serviva l’ideologia.
Il fatto è che oggi tutti ci lamentiamo che non si riesca a far “dibattito politico” senza buttarla in gazzarra. Che non si riesce a conoscere la verità storica di niente, perché tutto è subito un attacco personale e giù di lì. Che neppure i numeri si sappiano. Da quante persone contiene una piazza a quante votino a quanto costi un opera cosiddetta pubblica a quanto duri un appalto a….
Era già così prima.
Io non ci volevo credere, ma era già così.
Però, porco cane, c’era un ideale dietro. O forse non c’era, ma sembrava che ci fosse davvero.
E siccome io (come voi) non posso scegliere sulla base di dati oggettivi, io l’ideale lo rivoglio. Perché, anche se non è cosa concreta, io di quello posso chiederti conto.
Non posso sceglierti perché sei ricco, strafottente, trapiantato, pieno di te.
Non posso sceglierti neanche perché non sei nulla di quanto sopra e sei semplicemente contro quello che non riesci ad essere a tua volta.
Coerentemente non dovrei scegliere e quindi votare.
Ma essere credenti o meno è genetica più imponderabile.
E quanto lo sei diventato è irreversibile.
Per cui non tapperò il naso come Montanelli, ma farò il mio “atto di fede”, tutto con le minuscole, perché qui Dio c’entra poco o nulla.
C’entrerà perchè saremo vicini a Pasqua, e, come qualcuno ha già scritto, speriamo tutti una cosa.
Che si torni a mettere i ladroni in croce e non la croce sui ladroni.

domenica, gennaio 10, 2010

HEVEL HAVALIM

Ci sono notizie che non sai interpretare.

Il segretario di stato americano è andato in conferenza stampa a dire che il discorso sullo stato dell’Unione 2010 (un po’ come il discorso di Napolitano di fine anno, ma con una rilevanza mondiale cento volte tanto), Obama lo pronuncerà dopo la prima puntata della sesta stagione di Lost, così da non impedire a nessuno di vederla (e utilizzando il traino televisivo, come se parlasse dopo Striscia la notizia).

Lost lo adoro, ritengo sia a modo suo letteratura per immagini contemporanea. Ho spesso pensato che dovesse essere utilizzato come strumento didattico per spiegare come si possa costruire una narrazione semplicemente per il gusto di raccontarla. E’ un bignami perfetto per le figure retoriche, per la sintassi dell’intreccio narrativo e utilizza per la prima volta su uno schermo con consistenza e freschezza la figura della prolessi o flashforward (il ricordo del futuro).

Però.

Però ci sono cose più serie. E, persino nei miei ricordi di bambino, il discorso sullo stato dell’Unione lo era. Ancor più dovrebbe esserlo oggi, dal momento che, volenti o nolenti, della periferia di quella Unione ne facciamo parte anche noi.

Perdo colpi.

No, non è lagnanza. Però li perdo.

Ogni tanto mi capita di vedere il mio anziano padre cercare di destreggiarsi su una tastiera di computer. Lui come me, e a differenza di mio figlio, non è un nativo digitale.

Ci muore sopra come se dovesse essere una scalata in corda doppia.

Eppure a suo tempo è stato un marconista per l’esercito, in giovane età un brillante telegrafista di codice Morse, capace pure di star dietro ai corsi della Nato.

Non so voi, io il Morse l’ho imparato come boy-scout, ma per lui è una lingua con cui ancora oggi parlerebbe a colazione.

Fatelo scrivere un documento di Word e vi odierà per una mattina. Un database e rischiate di beccarvi una carabinata sulle chiappe. Ad aria compressa.

Dove, o meglio quando, la sua linea di intelligenza tecnologica ha divorziato dalla memoria di lavoro?

Non lo so. E non oso chiederglielo.

So quando verosimilmente è accaduto per me.

E fu il T9.

Quella tortura per dita telefoniniche non l’ho mai sofferta. Fu odio a prima vista. E il chiudersi di una linea evolutiva per sempre.

Posso metterci minuti a digitare un sms. Conosco gente che nello stesso tempo comporrebbe l’Iliade per tastiera a 9 toni.

Mi sono procurato un libro.

Che è all’origine di questi sproloqui.

Per i tipi di Einaudi, alla indecente somma di euro sessantacinque, è stato edito “Nebbia”, una sorta di antologia a cura di di Remo Ceserani e Umberto Eco.

Solo un malato di nebbia come me lo avrebbe acquistato, uno che nella terra della nebbia ci è nato, e ancora ci vive, sebbene un centinaio di metri più su, dove già alcune prospettive cambiano.

La nebbia è una malattia. Una malattia dell’anima. Che la rende migliore.

Le da un corpo comprensibile, ma inafferrabile. Permette di capirla senza poterla comprendere, cioè raccogliere.

«La nebbia è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell'utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica. Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo. E siccome la nascita è l'inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimè virtuale) che alla morte forse non perverrai. Basterebbe fermarsi lì. Ma proprio perché non sai dove sei, nella nebbia tendi a muoverti per uscirne (che è stolida follia e folle stupidità). Chi ha ventura di starci, vuole venirne fuori. Per questo tutti gli uomini sono mortali».

Questo nella prefazione del brillante Eco.

E lo condivido. Deve essere la cosa più vicina al liquido amniotico che esista. Felicità e incoscienza. Anche se ci si immerge con cuore nero e mente pesante. Lì tutto galleggia.

Ed è limbo. Tutto nella nebbia può essere morto, vivente, o neppure ancora nato.

E’ la situazione fisica esperienziale più vicina in assoluto al mitico gatto di Schrödinger.

La porta sui molti mondi e i molteplici universi paralleli.

E, nella nebbia, la porta è sempre socchiusa. Solo un pazzo la spalancherebbe per morire in un mondo di luce.

Perché la nebbia è il nulla.

Nulla che riempie il nulla.

Come queste parole in questo blog.

sabato, dicembre 19, 2009

DELL’IRRITAZIONE NATALIZIA

“Mia madre ha 89 anni vissuti abbastanza felicemente; ha una istruzione adeguata per gli anni in cui ha vissuto, ma ha qualche problema a capire il linguaggio del mondo moderno. Prima cosa: per avere un’informazione su un indirizzo o un recapito telefonico dovrebbe “ringare” un certo numero. Poi per i suoi problemi assistenziali deve rivolgersi al ministero del “welfare” e quando deve prenotare una visita o prestazione medica, dovrebbe contattare il “Sovracup”; se per caso dovesse avere bisogno di una prestazione urgente, dovrebbe sottoporsi ad un “triage”. Sarebbe possibile capire qualche cosa o tradurre in italiano corrente tutte queste sigle?” (Enzio Bona allo Specchio dei Tempi de La Stampa, 19/12/2009).
Se dovessi risponderei così: “Gentile Enzio Bona, da quanto scrive emergono alcuni punti che la definiscono: è figlio premuroso e non più giovane a sua volta, in ragione di ciò preoccupato del futuro e improntato a un naturale atteggiamento lamentoso e conservatore. E’ condivisibile la sua preoccupazione per una lingua italiana nettamente vituperata nel parlare quotidiano, ma la prego di ricordare che “l’italianizzazione” fu un fenomeno fortemente voluto dalla politica fascista. Ciò non credo renda verosimilmente giustizia alla storia personale di sua madre. Inoltre appare più che evidente che lei ha piena conoscenza e padronanza dei termini che critica. E, forse, dedicare del tempo per spiegarne l’uso alla sua genitrice potrebbe giovare ad entrambe, umanizzare un rapporto infreddolito dagli anni e dal clima, rendendola poi più consapevole che è solo la qualità di questi rapporti a far la differenza nel bilancio di un’esistenza. Approfitto dell’occasione per augurarvi un sereno Natale.”

sabato, ottobre 31, 2009

THE SECOND CUT IS THE DEEPEST

La prima pugnalata ti colpisce nella tua professione: quando capisci che il “paziente” che hai davanti può ricevere di utile da te soltanto venti euro.

Il secondo colpo squarcia l’ominicchio che mai saresti voluto essere: quando ti trovi a pensare che dargli dei soldi invece dei farmaci possa “finalmente” farlo vergognare e portartelo via per sempre.

Questa è la crisi: quella economica che porta un essere umano un tempo uomo a farsi passare per malato nella speranza di tirar su qualcosa per finire il mese.

Ma su questa l’Italia sta reagendo bene: ce lo stiamo raccontando da mesi quanto siamo bravi.

La vera crisi è un’altra: la mia quando scopro, pur sapendolo già, che a fianco dei valori alti che sostieni galoppa l’istinto di sopravvivenza. Ed è così forte da rendere il tuo agire morale un agire e basta, purchè sia accettabile e non disonesto.

Sulla crisi nei Valori l’Italia sta abbastanza visibilmente andando a fondo.

Ma non me ne frega nulla di dire su Berlusconi e Marrazzo e con Valori non intendo la grammatica dipietrista. Che “cumannari” e “futtiri” siano strettamente connessi mica ce lo deve dire Montalbano. Sessualità e potere vanno a braccetto da quando Eva invece di nascere dal fianco di Adamo divenne una sua costola nelle traduzioni bibliche. E di costola in costola si giunse a quelle oscene mutilate (e forse leggendarie) di D’Annunzio (uno dei gossip più scabrosi della mia terza media…). Una sessualità sana e completa, perdonatemi la crudezza, che non è teodem ma è biologia, porta alla riproduzione. Passando dal piacere, tappa meravigliosa, ma connessa con la perpetuazione della specie. Una politica onesta e matura (ad oggi pare un ossimoro) si dedica all’interesse del Paese e della sua gente. Passando per gli interessi personali, tappa molto gratificante, ma compensatoria del sacrificio che l’uomo politico fa nel dedicarsi all’altro.

Questa è teoria, quindi stucchevole, assolutista, apparentemente moralista. La realtà è che abbiamo feticisti politici a partire da immaturi sessuali. Conta la parte (politica e sessuale) per il tutto. Ci si ferma al piacere e gli interessi senza mai arrivare all’Atto e l’Interesse. I nostri politici sono spesso così. Sono più maschi che femmine, dato che la perversione sessuale genitale è più frequente nel maschio. Ma pure le femmine, la cui perversione sessuale è di ruolo (Louise Kaplan docet), Non solo per le ministre sottomesse al premier. Anche “le più intelligenti che belle” in politica sono espressione di un orgoglio post-femminista che le rende comunque personaggi caricaturali.

Non sono questi i Valori che difettano all’Italia. A quelli ha già abdicato e comunque si tratta poi “solo” di politica. E’ la vita di tutti i giorni che fa male: ragazzini che sparano per strada a Torino per gioco, i cui genitori non esistono, quartieri di Napoli dove si scavalca il cadavere a terra con le borse della spesa.

E’ un problema geograficamente ben spalmato su tutto lo Stivale, isole comprese. E trasversalmente tra tutti i livelli sociali.

E pure in me che scrivo, quando mi scopro ad agire per rabbia, peraltro ben motivata, come ho scritto in cima a questo post.

L’impatto con la superficie sbuccia le coscienze, ma il frutto senza speranza marcisce dall’interno.

sabato, agosto 15, 2009

That what you fear the most, could meet you halfway

“Mi chiamo serenaseblu. Sono un blogger. Sono 105 giorni che non posto. Conto ancora i giorni, perchè finora non ho postato, ma oggi potrei farlo. I miei giorni sono comunque contati. E preferisco i giorni in cui non lo devo fare, quelli in cui non ne sento il bisogno, perchè sono sobrio da me stesso, e preferisco un giorno così che una vita ubriaco di me stesso”.
Qualcuno, ieri sera o giù di lì, serata di soli uomini soli (non è una ripetizione), mi chiedeva perché fosse un po' che non scrivevo più. Questo è l'outing migliore che ho meditato. E tutto sommato anche il più autentico.
Scrivere quassù per me è sempre stato un modo di togliermi un peso, sia nel bene che nel male. Un modo di posare un po' di zavorra mentale che ti rende il passo troppo pesante nella vita reale. Qualcosa che però, come tutto ciò che ti smuove qualcosa dentro, può darti una dipendenza. Una in più intendo, visto che senza nessuna dubito ci sia spazio per dare un senso all'esistenza.
Solo che la dipendenza da se stessi è la più subdola, la schiavitù della propria libertà. Ci vuole, tutti i narcisi si devono specchiare nell'acqua. Ma poi sentire con la faccia che è fredda e tirarsi su senza annegare. Mi piace mettere bianco su blu ciò che scrivo, ma devo sapermelo godere.
Per cui non chiudo, ma neppure aggiorno regolarmente. Ti frega un po' il fatto che il riflesso nello specchio fa più effetto se pensi che ci sia qualcuno che ti spia dal buco della serratura. Se scrivessi in modo puntuale avrei dei commentatori regolari, la mia piccola famigliola virtuale, il mio gruppo con cui fare la quotidiana riunione di blogger anonimi.
E si sa, puoi fare le peggio porcate, ma se vai alla riunione ti salvi, non ricadi.
Correrò il rischio, qualcuno che butta l'occhio qui esiste, lo so.
Ed è incredibile come alcune persone conosciute tramite questo mezzo condividano con te sincronismi, ampie fette di sensibilità comune, neanche ci conoscessimo da sempre.
Beh, chi conosciamo da sempre siamo noi stessi, la nostra inquietudine e lo “spirto guerrier ch'entro mi rugge”.
Ma vederci mascherati da altri, riconoscerci nell'incontro di belle persone ci rende sopportabili e – forse – belle persone a nostra volta.


Quello che temi di più, può venirti incontro a mezza strada.



sabato, maggio 02, 2009

Changing of the guards

"The captain is down but still believing that his love will be repaid [...] your hearts must have the courage for the changing of the guards"
Questo nel testo di Dylan suona come profezia nella mia vita.
Goditela! L'infanzia passa in un attimo. Questo ti dicono.
"Manica di ebeti" vorresti rispondere loro.
Ti ritrovi così, poco dopo aver superato la metà del cammino di "nostra vita", a ripartire dall'inizio per procura.
Sei padre, papà, babbo, insomma quella parola talmente di uso comune da essere incomprensibile.
Hai corso nella gara del giusto, passi il testimone, ma devi continuare a correre al fianco di, fino alla fine della tua pista, parallela ma, comunque (alla fine lo speri) più breve della sua.
Non si dorme. O meglio si dorme quando il nuovo tiranno lo concede.
E nessuno, uomo, donna, sapiente, testo e metatesto, dal principio del mondo, ti può regalare il segreto del porvi rimedio.
Perché non c'é. E forse non deve esserci.
E nessuno ha il coraggio di sbattertelo così in faccia. "Eggià il primo... e comunque ci vuole un mesetto..."
Non è questione di ritmi, maledetti che non siete altro. E' il morire a se stessi che si consuma. E' il definitivo cambio della guardia che si opera.
Ed ora che sei mezzo passo dietro la prima linea vedi finalmente come la linea sia sottile, debole, fragile. E devi rinnovargli fedeltà, protezione. "Fedeli alla linea anche quando non c'è / quando l'imperatore è malato / quando muore o è dubbioso / o è perplesso".
Capisci poi la portata della scelta che hai fatto con la donna che é al tuo fianco. Hai visto la sua faccia trasfigurata dal dolore ("che tanto si dimentica" dicono le semplici), hai visto il dolore sull'unico volto su cui non l'avresti mai voluto. Il suo corpo cambiare, la "montata" lattea, il crollo tra le lacrime degli ormoni.
E capisci che mezza vita non ti ha preparato a niente.
Neppure i tuoi, che ora saranno nonni suoi.
Ci hanno provato, devi dar loro atto.
Ma niente ti può realmente prepare a questo. Questo che la tua testa scientifica scompone in mille parti e il tuo cuore, che ha memoria del divino, unifica nell'accogliere un miracolo.
Buona Strada, Matteo!



venerdì, aprile 17, 2009

Cronaca del ritorno

Dicono.
Che Facebook é una cazzata. Che i duri e puri stanno sui blog.
Sì, certo. Perché chi sa scrivere, chi ama la parola e la lingua, non mischia il suo sangue a getto di inchiostro con il popolino telematico dei ragnetti sociali.
Ma fatemi il favore. Siete davvero convinti di saper scrivere? Davvero pensate di aver qualcosa da dire? Di nuovo, di stilisticamente innovativo, di veramente personale (rigorosamente sotto l'anonimato di un avatar)? Allora sono davvero dispiaciuto.
Del fatto che non via abbia notato nessuno. Nessuno in grado di portarvi al mondo reale, almeno.
Sputiamo pure su Facebook. Volgare scoreggia amorale. Strumento abusato e finto.
Intanto, e non sono l'unico, delle pugnalate al cuore da lì le ho ricevute.
E' innegabile che se non hai più sentito nessuno per anni ci sono ottimi motivi per non farlo. Che é un gioco al rincoglionimento credersi compagni di asilo quando invece delle figurine ci si potrebbero scambiare le dentiere. Ma...
Ely Klick io l'ho amata, a modo mio e da adolescente. Cioé non ci ho combinato niente, mentre lei la dava bellamente in giro ad amici comuni. Devastando band come se fosse Yoko Ono. Ma l'adoravo, i suoi biondissimi capelli, un pomeriggio a Claviere d'estate sotto un albero sdraiati al sole e nelle orecchie un walkman condiviso a suonare "For Whom the Bell Tolls" nella cover dei Nosferatu. Il suo vestirsi di verde, la sua tragedia famigliare mentre eravamo in gita a Praga a cantare Creepin' Death sotto il Ponte Carlo. In piscina a bagnare pelli pallide di metallari allergici al sole.
E giuro che l'avrei detta sparita nel nulla, lei e la sua bimba, a cristallizzare un'adolescenza che oggi rigurgita in modo iatale.
Tutto torna, stravolto e grottesco, come la voce di Giovanni Lindo Ferretti che ricanta di Valium Tavor e Serenase nell'ultimo e definitivo onere dei P.G.R.
E un'altra E. che ti scrive (su FB ovvio): "Ciao mi ricordo di te, eri al D'Azeglio, piacere di ritrovarti :-) Mi ricordo che il giorno che morì Freddie Mercury sei venuto a scuola con il lutto al braccio..."
E tu, cretino, lo leggi e piangi. Perché quell'innocenza e quella purezza non le avrai mai più. Anche se spererai di rivederle un giorno negli occhi di tuo figlio.
Insomma tutto lì. Le conclusioni tiratele voi. Perché ci sarebbero. Ma sono contorte come il mio pensiero. E non renderebbero ragione della stretta allo stomaco e dello sguardo di trance che segue il ricordare.
E forse una cosa si può dire: che non é il mezzo di comunicazione che definisce un'emozione. Se c'é passa. E giunge, inesorabilmente, al bersaglio. Con buona pace del blog-pride.
Ciao, buonanotte, un bacio (virtuale) Ely Klick.

sabato, aprile 11, 2009

Per brevità

Potrei dire tanto e, come solito, non lo farò.
Sono giorni strani, di emotività mediatica, filtrata male da troppe ore al lavoro. Da attese, giorni di festa, misti e vicini a funerali, pubblici e privati.
Il tutto altalenantesi come ammortizzatore sui terreni scoscesi dell'esistenza.
Per brevità dirò: tutte le morti hanno un senso, alcune vite stentano a trovarlo.
Buona Pasqua ragazzi...

giovedì, marzo 19, 2009

martedì, marzo 17, 2009

Idee per un post che non posterò

E se esistesse davvero la nuova dicotomia blog/social network?
Buio/luce; bene/male; maniaco/depresso, eccetera....
Insomma logica manichea e spirito gnostico dalla diade soma/anima.
Se si potesse davvero dire che uno predilige l'uno all'altro in base alla sua personalità?
Non come disturbo di, ma come struttura?
Il narcisista su Facebook, il dipendente sul blog, il paranoide sul blog chiuso?
No, sta minchiata non la posso scrivere davvero.
Ma posso continuare a pensarci su fino alla fine del turno di guardia...

mercoledì, marzo 11, 2009

IL PREMIO DELLA FEDE

Per un incontro scout di Zona, riflessione sulla seconda lettera di San Paolo a Timoteo, 4, 6-8.

Le due lettere a Timoteo, futuro vescovo di Efeso, e quella a Tito, suo omologo a Creta, vengono dette “pastorali”. Invece di rivolgersi ad una comunità l’apostolo Paolo detta insegnamenti a chi dovrà sostituirlo nella guida di esse. Il cambio di prospettiva nella stesura, così come alcune particolarità linguistiche hanno fatto a lungo discutere gli studiosi sulla corretta attribuzione dell’autore. La chiesa protestante infatti non le riconosce, puntando sul fatto che un certo stile monotono, moralizzante ed intriso di riferimenti allo gnosticismo non sia così paolino. Non entrando ulteriormente nel complesso campo, ma volendo riconoscere la lettera come autentica, essa va ragionevolmente datata al 67 d. C., nel momento più tragico della vita di Paolo. Rinchiuso a Roma in attesa di un giudizio difficile da non immaginare come mortale, sostanzialmente abbandonato da tutti i suoi collaboratori, tranne Luca, l’apostolo appare più umano che mai, sentendo la fine, rivelandosi a tratti malinconico e sperando che il fedele discepolo lo possa raggiungere prima dell’inverno.

6 Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8 Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

Questo è il testo nella recente versione ufficiale della C.E.I.
Vale la pena notare i punti in cui la traduzione si discosta dalla versione della Bibbia di Gerusalemme che tutti conosciamo. In particolare il versetto 6 era tradotto: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele”. L’immagine risultava forse di maggiore impatto: tale differenza deriva dalla difficile traducibilità del testo originale greco. La seconda parte della frase in latino viene tradotta dalla Vulgata con “tempus meae resolutionis instat”. Il termine “resolutio” recupera il verbo “analùo” dell’originale greco e rappresenta l’idea di scioglimento di nodi e vele in vista della partenza di una nave. Il “rover” per eccellenza recupera per la sua dipartita i termini propri di chi ha vissuto l’avventura della vita con l’animo del viandante e del marinaio. Quello che però si perde nella traduzione (momento in italiano, tempus in latino) è la parola kairòs (“o kairòs tès emès analuséos mou efestèken”). La parola kairòs nell’antica Grecia significa “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”. Gli antichi greci avevano due parole per il tempo: krònos e kairòs. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento all’interno di un periodo in cui qualcosa di “speciale” accade. Mentre krònos è quantitativo, kairòs ha natura qualitativa. E’ il momento “cruciale”, quello in cui la croce di Cristo modifica per sempre la storia, spezzando un andamento circolare e creando un prima e un dopo, ma soprattutto un già e un non ancora.
Per Paolo non solo è il momento, ma è quello opportuno, il tempo di chi già lo ha salvato mettendolo in condizione di cogliere al termine della sua corsa terrena il “premio della fede”, rendendolo una delle anime che come una corona cingono Dio per l’eternità.
Questi versetti restituiscono a noi un’immagine per certi aspetti romantica: quella di un viaggiatore di fronte alla più dura delle tempeste che trova nell’approdo finale la ragione di mettersi per mare. Qui davvero capiamo perché nelle catacombe si ritrovi il simbolo dell’ àncora come simbolo della salvezza nella fede, dell’anima che ha felicemente raggiunto il porto.
Di fronte ad una sorta di identico destino una delle più importanti figure mistiche del Novecento trova la stessa forza. Di Etty Hillesum, ebrea morta ad Auschwitz nel 1943, abbiamo oggi alcune sue lettere ed un diario degli ultimi anni della sua vita. Nelle lettere troviamo la stessa mite forza di chi combatte la buona battaglia: “Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità, Maria – devo ritornare su questo punto. E se solo facciamo in modo che, malgrado tutto, Dio sia al sicuro nelle nostre mani, Maria.” (lettera a Maria Tuinzig, 2 settembre 1943). La stessa saldezza troviamo nei suoi diari di fronte al mare agitato del suo tempo: “Sabato sera. Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato … Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. E’ il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo…” (ottobre 1942).

martedì, febbraio 10, 2009

mercoledì, febbraio 04, 2009

Carlin Petrini non l'avrebbe mai fatto

Titolo parafrasi del buon Hank Bukowski (Shakespeare non l'avrebbe mai fatto)
Il fatto è che esistono alcune varianti della cucina che neppure il più ardito slowmangiatore oserebbe recensire.
Ma si sa, ci sono più crimini sulle tavole di provincia, Carlin, di quante ne sogni la tua slow-filosofia.
Oggi vi parlerò del "caffè di Bagneri".
Bagneri è il ridente posto della foto qui sopra, comune di Muzzano in Valle Elvo, provincia di Biella, anche se qualcuno dei suoi abitanti il capoluogo non l'ha mai visto nel fondovalle, né tantomeno ha mai sognato di spingersi al di là della chiostra di montagne che incravatta il paesaggio.
Pertanto una cosa così foresta come il caffè, il giorno che qualche transumante lo portò dalle parti del mulino della Janca, non si capiva bene che fosse. Ma la natura ospitale di questi montanari (atipici) poco ci mise ad integrarlo.
Si prende una caffettiera e si tira su il caffè. In genere la caffettiera è di quelle da 12. Non si scende sotto le 9 tazze. Ora vi spiego il perché. In un pentolino si mette della grappa o in alcune varianti del genepi (se possibile maschio) a sciogliersi con un panetto di burro degli alpeggi di lassù. Si noti che ho scritto panetto e quindi difficilmente si sta sotto i 300 grammi. E ci vuole una bella annaffiata alcolica per amalgamare il tutto. Alcuni, trovando amaro il risultato, una volta unito il caffè a tale crema aggiungono abbondanti manciate di zucchero.
Non ho mai capito come si riesca a rendere il tutto lievemente più leggero della tazza in cui si versa al fine di non romperla.
Ovviamente tale "bevanda" viene considerata digestiva e quindi servita al termine di un pranzo a base di polenta taragna.
Lo scrivente è uno dei pochi non valligiani ad aver avuto l'onore di trangugiare il tutto e la fortuna di poter essere qui a scriverlo col fegato in mano.
Alla prossima (forse...)

lunedì, gennaio 19, 2009

Malmostoso

Ovvero girato male, coi pensieri agitati ma non mescolati.
Con ghiaccio fuori, ma nevischio sulla pelle, di quello sporco.
Disforico. Umorale. Devastato dallo spleen.
Inquieto. Mortale ma moribondo.
Da uomo di scienza ti butti sull'oroscopo.
Da uomo di scienza ne leggi più d'uno.
Esiste un impact factor pure lì.
Da Paolo Fox a Rob Brezsny.
Passando pure per Gramellini.
Pure lui, che essendo granata del tuo segno dovrebbe ben dire.
Ovvero ci sarebbe sta gran troia della Luna che non andrebbe d'accordo con l'andatura termostatica di Mercurio.
Insomma dicono che vada di merda.
Insomma é una conferma.
Ti rodi. Loro forse sanno perché.
Tu no.
E' un'aria viziata, un motore che gira a vuoto, una carogna sulla spalla.
E neppure nel rallentare recuperi fiato.
Nella lentezza che ammiri, che aspiri.
Che brami con tanta fretta da fartela sfuggire.
E chiusi i pugni nelle tasche,
giri i tacchi
e procedi
nella notte.