Dicono che sarà l’ultimo.
E’ tanto o è poco? E, soprattutto, riaprirà l’asilo?
Ma che vuol dire l’ultimo? Come quando papi mi dice “l’ultimo” con i cartoni, prima che si metta a guardare quel programma stupido alle otto di sera dove c’è uno che parla con le scritte sotto e tutti sembrano molto seri e nessuno ride mai e non ci sono bambini?
Quando si mette a parlare con mamma e dice: “ma non è possibile, ma guarda questo, che carogne, che tragedia, ancora soldi che se ne vanno” e cose così. Ché mica capisco perché lo guardino quel programma lì, visto che poi sembrano tutti e due più incavolati di prima.
Comunque mi hanno detto che l’anno nuovo si chiama duemiladodici e che sarà l’anno che arriverà il mio fratellino. Che invece non ho capito come si chiamerà.
A dirla tutta non ho neanche capito perché arrivi, visto che io non l’ho chiesto e perché mamma stia lievitando a vista d’occhio e faccia tutte quelle storie per prendermi in braccio come se adesso fossi io quello che pesa di più di prima.
E non capisco neppure se papi sia contento o se come quando va a lavorare la notte sia già stanco prima di andare.
Forse l’anno che verrà tutte queste cose imparerò a capirle.
E forse, fra un anno o fra molti, mi chiederò se questa storia del capire non sia una cosa che è meglio lasciare incompresa.
Serenase Blu, contenzioni senza catene
"e voi cosa volete? di che cosa vi fate? dov'è la vostra pena? qual è il vostro problema? perchè vi batte il cuore? per chi vi batte il cuore?" CCCP-Fedeli alla linea
mercoledì, dicembre 28, 2011
Pensieri per l'anno nuovo.
martedì, maggio 24, 2011
"There is a crack in everything, that's how the light gets in."

"There is a crack in everything, that's how the light gets in.", a photo by serenaseblu on Flickr.
Questa non ve la devo neppure spiegare, ammesso che ci sia ancora qualcuno là fuori che legge i miei deliri.
[Anthem - Leonard Cohen]
lunedì, aprile 18, 2011
lunedì, aprile 04, 2011
Il mandala della camelia.
Forma, spirito e caducità.
Come dare dignità alla sofferente parabola del vivere.
venerdì, aprile 01, 2011
Oh-issa!
Certi giorni é davvero dura. Tirare la carretta. Meno male che ci sei tu, figlio mio, a dare il buon esempio.
mercoledì, marzo 30, 2011
lunedì, febbraio 28, 2011
Invettiva
Non so dove altro scriverlo per cui sarà qui.
Di colleghi scortesi e in burn-out non ne posso più.
Di pazienti invadenti non parliamo, ma quelli almeno sarebbero pazienti (in teoria soltanto).
Insomma la nostra vita é invasa nel privato non dalle intercettazioni ma dal malessere degli altri.
E' palpabile a tutti i livelli. Ma quello che non sopporto é quando viene meno il tentativo di mantenere un contegno. Sei un collega, diamoci pure del Tu, ma rispettiamoci.
Sei un paziente, diamoci RECIPROCAMENTE del Lei e facciamo lo sforzo di stare ognuno al suo posto.
I ruoli contano e vanno difesi. Non é che perché chi dovrebbe governare va regolarmente a troie che automaticamente tutto il mondo possa scendere al livello di rapporti che si mantiene con il proprio pusher.
Le parole sono importanti, si diceva.
Ma anche una stretta di mano, il bussare prima di spalancare la porta, il mantenere un tono non scorbutico. E se ad esempio uno Ti fa la cortesia di telefonarTi, cara collega, per aggiornarti sulle condizioni del TUO paziente, non mi risponderai: "E perché non te lo tieni tu?".
Insomma lavorare stanca. Tutti però.
E se la sera ho comunque cinque secondi regolari di angoscia sul divano, in cui temo di poter morire un giorno, d'ora in avanti penserò così.
Posso decidere solo una cosa: ed è come vivere. [Come morire, checché se ne dica é un falso].
E io voglio vivere nel rispetto.
Mio e degli altri.
Cari i miei pezzi di merda!
Di colleghi scortesi e in burn-out non ne posso più.
Di pazienti invadenti non parliamo, ma quelli almeno sarebbero pazienti (in teoria soltanto).
Insomma la nostra vita é invasa nel privato non dalle intercettazioni ma dal malessere degli altri.
E' palpabile a tutti i livelli. Ma quello che non sopporto é quando viene meno il tentativo di mantenere un contegno. Sei un collega, diamoci pure del Tu, ma rispettiamoci.
Sei un paziente, diamoci RECIPROCAMENTE del Lei e facciamo lo sforzo di stare ognuno al suo posto.
I ruoli contano e vanno difesi. Non é che perché chi dovrebbe governare va regolarmente a troie che automaticamente tutto il mondo possa scendere al livello di rapporti che si mantiene con il proprio pusher.
Le parole sono importanti, si diceva.
Ma anche una stretta di mano, il bussare prima di spalancare la porta, il mantenere un tono non scorbutico. E se ad esempio uno Ti fa la cortesia di telefonarTi, cara collega, per aggiornarti sulle condizioni del TUO paziente, non mi risponderai: "E perché non te lo tieni tu?".
Insomma lavorare stanca. Tutti però.
E se la sera ho comunque cinque secondi regolari di angoscia sul divano, in cui temo di poter morire un giorno, d'ora in avanti penserò così.
Posso decidere solo una cosa: ed è come vivere. [Come morire, checché se ne dica é un falso].
E io voglio vivere nel rispetto.
Mio e degli altri.
Cari i miei pezzi di merda!
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